Il lavoro ai tempi del Covid

CAREL: la resilienza è frutto di strategie lungimiranti

Giandomenico Lombello

È fine maggio quando “visitiamo” la sede di Carel a Brugine (PD). Qui, come anche in molte altre aziende che abbiamo “visto” nelle scorse settimane, tutto il personale impiegatizio lavora ancora da casa mentre il personale della produzione è sul luogo. Siamo in quella che Carel descrive come la seconda fase dell’era Covid: «Abbiamo diviso l’era Covid in tre fasi – spiega Giandomenico Lombello, Managing Director, Carel – La prima fase, durata fino a inizio maggio, è stata quella della reazione al disastro, in cui abbiamo dovuto fare fronte all’emergenza e organizzare la nostra resilienza. La seconda, quella in cui ci troviamo ora, è la fase della ripresa e della pianificazione delle attività per mettere in sicurezza il business. E poi seguirà la fase che noi chiamiamo “Explore the new normal”, ovvero il periodo in cui sarà necessario imparare a convivere con una normalità che, crediamo, sarà in qualche modo diversa da come eravamo prima».

Se non si possono fare affermazioni sul futuro, è possibile però analizzare innanzitutto il presente: cosa significa mettere in sicurezza il business? «Carel, che oggi ha 9 stabilimenti su tre continenti, non ha mai perseguito una politica di delocalizzazione per fini economici, ma una politica che portasse la produzione e l’Azienda il più possibile vicino ai clienti, con siti produttivi in grado di fornire le aree geografiche contigue. È sempre stato fondamentale per l’Azienda poter offrire su tutti i suoi mercati la stessa qualità di prodotto che offre la casa madre. Per questo motivo, la gestione di tutti i siti produttivi che Carel ha nel mondo è allineata a quella della casa madre: stessi processi, stesse tecnologie. A questo si aggiunge che, per scelta strategica, Carel ha duplicato per la maggior parte dei suoi prodotti i siti di produzione, ponendoli su continenti diversi. Entrambe queste cose ci hanno enormemente aiutati a fare fronte alla prima fase dell’emergenza per cui, quando è stata chiusa la produzione cinese, abbiamo potuto servire i nostri clienti dal sito posto su un altro continente. In questo senso la nostra strategia si è rivelata essere molto positiva e ci ha permesso una certa business continuity. Ma la pandemia ha messo anche in luce alcuni punti deboli che risiedono nella supply chain: i controlli elettronici, che sono il nostro core business, constano di tantissime parti, che in genere vengono acquistate su base locale. Nel momento in cui, però, come è stato con questa pandemia, si chiude un intero paese, la fornitura dei componenti per la nostra produzione diventa il problema principale. E infatti, mentre la nostra capacità produttiva nell’insieme sarebbe stata in grado di fare fronte all’emergenza nonostante alcune chiusure, la supply chain a monte ci ha posto dei limiti. Da qui, dunque mettere in sicurezza il business significa per noi condurre essenzialmente operazioni logistiche per assicurare la disponibilità continua dei componenti, almeno sul medio termine».

Scelte lungimiranti del passato hanno reso l’Azienda molto resiliente: «Sicuramente! Senza questa struttura avremmo avuto una situazione molto più grave – afferma Lombello – Anche la scelta fatta nel triennio 2017-2019 di aumentare la capacità produttiva oltre le esigenze commerciali del momento ci ha permesso di spostare senza grosse difficoltà la produzione da un continente all’altro».

Il sito produttivo di Carel in Italia

In questo momento Carel lavora oltre i ritmi normali per poter fare fronte agli ordini inevasi e ripristinare le scorte, anche se è difficile fare previsioni: «Tra i nostri clienti vi son filiere che non hanno mai smesso di lavorare, quale quella del retail, dei centri di calcolo, delle telecomunicazioni, della climatizzazione. Vi sono, però, anche filiere che non solo sono state fortemente impattate ma per le quali la ripresa è incerta. Sicuramente sentiremo anche noi le conseguenze della loro situazione».

E come stanno le persone? «Introdurre il lavoro da casa non è stato difficile dal punto di vista organizzativo perché già precedentemente, in tempi non sospetti e per altri motivi, Carel aveva progettato di introdurre questa tipologia di lavoro per una parte del personale. Le strutture per il lavoro da remoto erano quindi già pronte.  Ciò a cui abbiamo invece dovuto porre molta attenzione e cura è stato l’umore delle persone. Se paragono la crisi del 2008/2009 a quella di oggi, la prima, seppur molto grave, non ha in generale causato la consapevolezza della gravità della situazione, non ha destato un vero e proprio senso di crisi. La situazione attuale, invece, complice forse lo smart working che, sebbene abbia tanti vantaggi, concorre a isolare le persone, ha creato molto pessimismo e preoccupazione. Per questo l’Azienda ha ritenuto fondamentale intervenire con una intensa attività di comunicazione interna, per mantenere vivo un senso di appartenenza e rassicurare i colleghi sulla situazione aziendale. Questo non solo in Italia ma anche all’estero dove ormai Carel ha più del 50% del suo personale».

Ci siete riusciti? «Credo di sì. E devo ammettere che queste nuove modalità di lavoro hanno anche dei vantaggi: si risparmia tempo di viaggio, energia e in ultima analisi anche emissioni di CO2. Inoltre, sperimentando la “comunicazione da remoto” sulla nostra pelle abbiamo modo di affinare le nuove modalità anche nella relazione con i clienti. Pur considerando che nulla sostituisce una stretta di mano e il contatto personale, motivo per cui Carel ha sempre dato molta importanza alle fiere, dobbiamo riconoscere che anche le “relazioni” digitali hanno i loro vantaggi. In futuro ne terremo un maggior conto per la nostra strategia di comunicazione aziendale».

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